Terlano, o dell’incredibile longevità del Pinot Bianco

Terlano è un mosaico di piccole vigne che, dal paesino sulle rive dell’Adige, si arrampicano sui monti verso le cime innevate, fin quasi al cielo. Una varietà di esposizioni, con escursioni termiche talora estreme, che si riflette nel vivido e variopinto bouquet dei suoi vini. Terlano è una zolla di terra vulcanica, un mucchio di pietre rossastre che scavando si fanno sempre piu’ fitte, fino a diventare uno strato compatto di porfido tempestato di cristalli di quarzo. Una mineralità unica, che le profonde radici di viti talora centenarie riescono ad estrarre e portare nel bicchiere.

Terlano e Andriano sono le due cooperative più antiche dell’Alto Adige, oggi unite. Duecento piccoli vignaioli organizzati in cooperativa e determinati a lanciare la loro grande sfida ai grandi vini del mondo. Una gestione illuminata che ha saputo valorizzare le uve migliori e premiare chi le produce. Ma anche la storia di un enologo visionario, Sebastian Stocker, che negli anni Sessanta credette nella capacità di invecchiare dei vini bianchi qui prodotti. I soci produttori all’inizio non volevano, così lui murò cinquemila bottiglie per nasconderle. Quando queste furono ritrovate accidentalmente, durante dei lavori di ristrutturazione, i soci pensarono anche a licenziarlo… ma poi le assaggiarono, e capirono che aveva ragione!

Il vitigno bandiera di Terlano il Pinot Bianco. Una varietà che molti ritenevano lineare e limitata nella sua espressione, centrata su aromi di mela, pera e fiori bianchi, da apprezzare nella sua giovinezza. Il metodo Stocker, invece, prevede un anno di affinamento in botti di rovere e poi dieci anni in fusti di acciaio da 2500 litri, sempre sui propri lieviti. Nascono così i leggendari vini Rarità: di questa linea degustiamo il Pinot Bianco 2006, dotato di incredibile complessità olfattiva, che dai ricordi fruttati passa a note speziate ed altre piu’ minerali che richiamano la pietra lavica, per chiudere su finissimi sentori di pasticceria e crosta di pane. Acidità e sapidità sono ancora vibranti, e non lasciano dubbi sulla capacità di questo vino di evolvere positivamente in bottiglia per i prossimi decenni.

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L’altro fiore all’occhiello dell’Azienda si chiama Terlaner I, in cifre romane quasi fosse il nome di un principe o di un imperatore asburgico. “Vogliamo fare il vino piu’ buono del mondo”, dicono ridendo… ma non scherzando. Qui il Pinot bianco è affiancato da piccoli saldi di altre uve (7% Chardonnay, 3% Sauvignon), a vantaggio della complessità olfattiva che si arricchisce di note di frutta tropicale ed altre finemente balsamiche. L’eccellenza è raggiunta già nella giovinezza, grazie a basse rese ed ad una selezione maniacale delle uve migliori; moderato l’apporto del legno, un anno in botti grandi. Degustiamo il Terlaner I 2016 che scalpita di concentrazione ed energia, come un purosangue in attesa di lanciarsi al galoppo. Un vino che ha l’eleganza e l’espressività di un Grand cru di Chassagne-Montrachet: il suo bouquet è un vorticare di profumi che sono ancora in cerca dell’esatta disposizione, per divenire colori di un magnifico dipinto.

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Questi due vini non sono certo alla portata di tutti, ma la cantina ne offre molti altri più abbordabili e di qualità comunque eccellente. Il Vorberg è un Pinot Bianco figlio di vigne che si spingono fino a 900 m di altitudine. Un anno in botte è solo l’inizio del processo di affinamento, che in bottiglia può protrarsi ad libitum. Qui non trovamo i sentori di lieviti del Rarità, ma una intensità minerale e di frutto altrettanto emozionante. Degustiamo il 2016, ancora chiuso e intento a preparare la grandezza futura, ed il 2008, molto più complesso ed appagante.

Fratello minore del Terlaner I, con cui condivide la scelta dell’uvaggio, e’ invece il Nova Domus, di cui assaggiamo le annate 2016 e 2007. Nella gamma aziendale è l’unico vino in cui si percepisce sensibilmente l’apporto del legno, e per questo quello che forse ci convince meno, nonostante la sua accattivante morbidezza e complessità.

Strabiliante invece il Quarz, a ragione da molti considerato il migliore Sauvignon italiano: questo vino può invecchiare per un decennio ma è godibilissimo già dall’anno dell’imbottigliamento. L’annata 2017 si esprime come sempre un mirabile equilibrio tra le note di frutto della passione e quelle più vegetali di asparago, incorniciate dalla luccicante mineralità a cui il nome rende omaggio. Un vino che rende le polemiche tra la tradizionalista Sancerre e l’innovatrice Marlborough obsolete.

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Interessante per le note di more, sottobosco e caramella mou è il Pinot Nero Monticol 2016, frutto dall’unione degli storici vigneti aziendali con quelli recentemente acquisiti a Mazon. Ma è il Lagrein Porphyr 2016 a sedurci con il suo profumi di frutti di bosco e spezie, incorniciati da una mineralità ed una struttura non comuni. Un vino perfetto su un cervo in salsa di mirtilli; possibilmente nei prossimi cinque anni, perché questo vitigno, nonostante la sua imponente carica polifenolica, non ama i lunghi invecchiamenti.

La cantina custodisce molti segreti, tra cui le polverose bottiglie che Stocker aveva murato, ormai di valore solo monumentale, ma anche un fusto d’acciaio contentente il vino Rarità 1979: frutto del vitigno autoctono detto Terlaner, poi estirpato perché troppo sensibile alle malattie. La testimonianza di un’epoca lontana che, dopo quarant’anni di silenziosa attesa, è quasi pronta ad essere imbottigliata… per raggiungere i fortunati palati di coloro che sapranno ascoltarla e capirla.

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