Vigna d’Alfiero, o della lunga giovinezza d’un Nobile d’altri tempi

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E’ con una certa trepidazione che apriamo questa bottiglia del 1999: un Nobile di Montepulciano “Vigna d’Alfiero” (Valdipiatta). Ma lo spettacolo che appare ai nostri occhi subito ci rassicura: un colore granato ancora ricco di riflessi rubino, intenso e vivace. La limpidezza, assoluta nei primi bicchieri, tenderà naturalmente a perdersi man mano che scendiamo nelle profondità pelagiche di questa bottiglia.

Il naso è intenso e ampio, di straordinaria eleganza. Si apre con una sinfonia di spezie, in cui primeggia il pepe nero, e una balsamicità che dal mentolo sta ormai sublimandosi verso l’incenso. Quindi le note tostate, tabacco e cacao su tutte. Aromi ben integrati tra loro e non invadenti, che ci raccontano dei diciotto mesi in barrique, ma anche dei successivi diciotto anni in bottiglia… Sorprendentemente scevro di sentori eterei, questo vino presenta invece una lieve nota animale che ricorda il cuoio. Ma il dato più significativo è forse l’integrità del frutto: un’amarena che, pur sciroppata, non ha perso nulla della sua succosità. E’ questa la firma inconfondibile del Sangiovese, valorizzata da rese bassissime, che il tempo non ha scalfito.

Gli anni non hanno intaccato nemmeno un’altra caratteristica di questo vitigno: la buona acidità. Hanno invece pazientemente levigato i tannini, che ora sono fini e vellutati, e al tempo stesso protagonisti. Si tratta d’altronde di un’annata felice in cui la maturità fenolica è stata raggiunta contemporaneamente a quella tecnologica, producendo uve straordinariamente ricche sia di tannini che di antociani (il che spiega le osservazioni sul colore). Si realizzano cosi’ un grande equilibrio ed una lunga la persistenza, che ripropone tutto il ventaglio aromatico.

Con un certo rimpianto intravediamo il fondo della bottiglia, e capiamo che volge al termine il nostro incontro con questo vino elegante ed armonico, al culmine della sua maturità. Potremmo attribuirgli un punteggio di 93 centesimi. Ma i nobili, si sa, non se ne curano.

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Foto di Juliana Velasquez Ochoa
Articolo di Luca Moci

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