Aleks Klinec, vignaiolo territoriale e globale

La cantina di un vignaiolo è un po’ come la biblioteca di uno scrittore: chi ha la fortuna di sbirciarci dentro può immaginare a cosa si ispiri, a chi si confronti quando crea i suoi capolavori. La cantina di Aleks Klinec è colta e internazionale; guarda all’Italia e alla Francia, ma anche a una Georgia a noi aliena, fatta di vini incredibilmente salmastri e complessi, distanti anni luce da quelli dolciastri amati in Russia. Aleks è arrivato guidando il trattore con gli stivali sporchi di terra, dopo una giornata passata a curare le vigne e i polli; ha cucinato i suoi ortaggi e ci ha mostrato orgoglioso i prosciutti dei suoi maiali. E’ forse in questa apparente contraddizione il segreto dei suoi vini, così territoriali eppure cosmopoliti. Un enigma nell’enigma di questo Collio sloveno sospeso tra mare e montagna, tra Oriente e Occidente.

“Il biodinamico è sempre esistito”, spiega risoluto, “è semplicemente fare il vino come i nostri antenati”. “Spargo il letame dei miei animali per nutrire i batteri che stanno in superficie, i quali a loro volta mandano nutrimento a quelli che vivono in profondità, attorno alle radici della vite, e la aiutano ad assorbire i sali minerali del terreno.” Poi macerazioni lunghe, per estrarre tutta la ricchezza che il terroir contiene e che la cura della vigna ha permesso di portare alla luce. Quindi la malolattica, che avviene spontaneamente anche per i bianchi, ma non intacca la loro straordinaria acidità, destinata a durare attraverso i decenni. E il legno: acacia e gelso per i bianchi, ciliegio e rovere per i rossi, come qui hanno sempre fatto gli avi; botti piccole, ma riutilizzate molte volte, per fare passare l’ossigeno ma influenzare il meno possibile i profumi del vino.

Nascono cosi’ vini che nella loro giovinezza sono scontrosi, esuberanti per estratto e acidità: un Jakot (allo specchio, tocai) del 2012 che e’ appena pronto, una Ribolla ricca di tannini, un uvaggio a base di verduzzo (Ortodox 2006) che ad occhi chiusi sembra quasi un rosso. Solo la Malvasia del 2012, piu’ profumata, sembra avvicinarsi all’equilibrio; gli altri avranno bisogno di anni per raggiunere l’armonia. Degustiamo cosi’ un tocai del 2007 sublime, di grande equilibrio e persistenza, e un Verduzzo del 2003 ancora migliore, straordinariaente elegante ed espressivo. “Con gli anni il frutto quasi scompare”, spiega Aleks, “e resta la mineralita’ carsica, l’impronta del terroir che voglio raccontare”.

Il verduzzo ha molti tannini, bisogna aspettare perche’ si smussino: e’ per questo che molti produttori lo vinificano in dolce (il Ramandolo), o con macerazioni brevi. 

Anche i rossi veri e propri, come il Quela (merlot e cabernet), con l’invecchiamento rivelano la loro statura.

La macchina del tempo continua a girare e fa saltare il tappo di una bottiglia del 1997, “di quando cercavo di fare il vino con lieviti selezionati, seguendo un gusto internazionale”. Una scelta imposta dalle autorità slovene per restare nella DOC. Il risultato e’ un vino che sembra un po’ francese, pregevole ma meno originale… e poi “è un vino che stanca, non da’ voglia di bere ancora” osserva con grande onestà Aleks, svuotandosi il bicchiere. Appena due anni dopo, si era ormai consumato l’addio alle sirene delle mode e dei disciplinari: a testimoniarlo e’ l’assaggio del 1999, fermentato con lieviti indigeni. Un vino con infinitamente piu’ carattere e territorialita’. Ma tutto ha un prezzo: oggi solo il 5% delle bottiglie viene acquistato in Slovenia, ci racconta con una punta di amarezza.

Molti tappi e molte parole dopo, ci congediamo da Aleks. Portiamo con noi qualche bottiglia, promettendoci di stapparla solo fra molti anni, affinche’ ci racconti ancora la grandezza di una terra e l’ostinazione di un uomo.

Ma più ancora portiamo con noi il ricordo della stanza in cui stagionano i prosciutti, un profumo che nessun vino al mondo potrà mai eguagliare.

Articolo di Luca Moci

Foto di Juliana Velasquez Ochoa

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