Bruna, storie di vigne nascoste nel bosco

Vitigno bandiera del Ponente ligure, il Pigato è una mutazione genetica del Vermentino. Ma mentre quest’ultimo ama crescere vicino al mare, e nei secoli ha trovato fortuna su varie sponde del Mediterraneo, il suo fratello Pigato ha un’indole più ritrosa e territoriale; è rimasto legato all’entroterra ligure, per certi aspetti aspro e inospitale… “La terra è piena di foreste, zappando non si può togliere una zolla senza che con essa non vengano via sassi”, scriveva più di duemila anni fa lo storico Diodoro Siculo. È questo territorio che Francesca e Roberto Bruna vogliono raccontare con i loro vini, eleganti eppure fortemente identitari.

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“Le vigne sono nascoste nel bosco”, ci racconta Roberto, “dobbiamo difenderle dalle razzie dei cinghiali e dei caprioli”. Con lui partiamo a scoprire i vigneti dell’azienda, meraviglioso esempio di integrazione tra agricoltura e ambiente. Piccoli fazzoletti terrazzati, per un totale di appena otto ettari, dove tra i filari crescono olivi, fichidindia e cespugli di erbe aromatiche.
Il terreno è di due tipi, che danno luogo a due espressioni del Pigato piuttosto differenti. Da un lato le argille azzurre del Pliocene, ricche di calcare, da cui nasce il Majè: verticale, con intensi profumi di erbe aromatiche e pesca, dotato di grande freschezza. Dall’altro le terre rosse, sempre argillose ma ricche di ossidi di ferro e manganese, danno vita al Russeghine, più morbido e longevo, dotato di una complessità che ha bisogno di tempo per esprimersi. Infatti, dopo un 2018 ancora timido, degustiamo un 2015 strabiliante nelle sue note di agrumi canditi, papaya e spezie.

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Sia Majè che Russeghine sono vinificati in acciaio; da una cuvée delle vigne più vecchie dei due terreni, con un breve passaggio in legno, nasce invece U Baccan, il vino più premiato dell’azienda, ampio nel suo bouquet di maggiorana, basilico, cedro, spezie dolci, che chiude su una lieve nota fumé. Un vino di respiro internazionale, ma al tempo stesso orgogliosamente tipico. Non a caso U Baccan significa il capofamiglia, e sull’etichetta è raffigurato un preistorico guerriero ligure: quelli di cui sempre Diodoro Siculo diceva: “anche il più forte e muscoloso dei Galli viene travolto e sconfitto dal gracile Ligure”.

Questa forza che nasce dalla leggerezza è forse la cifra stilistica dell’azienda. Ad esempio, in cantina alcuni anni fa venivano praticate la macerazione sulle bucce e la fermentazione con lieviti spontanei. Poi, ci spiega Roberto, “abbiamo deciso di abbandonare queste tecniche, che appesantivano il vino senza conferirgli maggiore territorialità”. D’altronde la cucina ligure e’ una cucina tutta in sottrazione, figlia di una terra che forniva più verdure che carne.

Anche i rossi, coltivati su un terreno ricco di ciottoli provenienti da disfacimento di conglomerati, sono frutto della stessa filosofia. U Bansigu, che non a caso in ligure vuol dire l’altalena, è ottenuto da vigne di Grenache mescolata a molti altri vitigni, alcuni dei quali sconosciuti. Un vino con profumi di lampone e terra bagnata, dal sorso agile, che grazie al poco tannino si presta anche ad essere bevuto fresco durante l’estate. Più concentrato il Pulin, che al frutto della Grenache unisce le note speziate del Sirah e l’acidità della Barbera, esprimendosi su note di frutti di bosco, pepe e tabacco.

Infine un progetto per il futuro: sono stati impiantati alcuni filari di Vermentino, che benché ancora giovani si stanno già esprimendo su livelli qualitativi interessanti, in una terra insolitamente lontana dal mare. I due fratelli si ricongiungono, il Vermentino riscopre la quiete del bosco.

 

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Ringraziamo la famiglia Bruna, oltre che per la calorosa accoglienza, anche per alcune delle foto che compaiono in questo articolo.

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